Sindrome di Tourette

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Atto XVII

[[L'esorcista]] Solo a scriverne mi viene un'angoscia paralizzante. Ho paura che il mio computer venga impossessato dal Demonio e che tutto il lavoro fatto su questo sito vada improvvisamente a puttane. La visione del film "L'esorcista" di William Friedkin (1973) è stata per il sottoscritto una delle esperienze più terrorizzanti della sua vita, un vero e proprio trauma psicologico. A rievocarne il ricordo la mia temperatura corporea si fa di ghiaccio, vedere un'immagine del film anche per un solo secondo mi provoca un "tuffo" al cuore che mi fa sprofondare in un'inquietante apprensione, sentir pronunciare alcune frasi che alludono al film mi fa scivolare nello sgomento più cupo. E poi il viso mostruoso della bambina che mi si presenta ossessivamente alla mente... brrrrrrrr. A distanza di 25 anni non sono ancora riuscito a stabilire il giusto rapporto coi contenuti e con le immagini di questo cazzo di film. Non ce nè, non ci riesco proprio. Totale chiusura nei confronti dello stesso. Ora proverò un pò a parlarvene, ma non credo proprio che la cosa mi riesca bene, vi garantisco che riesumare determinate dinamiche psichiche in relazione al soggetto mi fa letteralmente "cagare nelle mutande", come si suol dire in questi casi. Comunque proviamoci và, magari con un pò di eroico titanismo riesco a tirarci fuori qualcosa di buono.

Questo film è considerato dall'unanimità della critica di settore come il più pauroso della storia dei film di genere orrorifico. Questo giudizio mi trova pienamente concorde in quanto gli aspetti contenutistici del film sottendono a tutta una serie di fobie che sono intrinseche al genere umano dall'alba della sua esistenza. Oltre all'indubbio terrore visivo che le immagini trasmettono, vi è un terrore psicologico più sottile e nascosto che porta lo spettatore a identificarsi suo malgrado coi contenuti più immondi e raccapriccianti della sua vita psichica, nei confronti dei quali ha saputo prendere le dovute distanze attraverso un'educazione moralizzatrice che ha in qualche modo creato un "cordone sanitario" tra la sua normalità e quegli aspetti inconcepili e animaleschi che albergano in lui e di cui non ne ha coscienza in quanto opportunamente celati alla percezione razionale. Il film richiama dunque una molteplicità di fattori che risvegliano "La Bestia" che c'è in ognuno di noi. Tale "Bestia" viene però inconsciamente proiettata sulla protagonista in quanto ci risulta insopportabile, durante la visione del film, presentire intimamente degli elementi così deterioranti per la nostra stabilità psichica. E' un continuo gioco al massacro tra lo spettatore e le immagini del film che scorrono impietose nella sua truculenza e che inchiodano quest'ultimo alla sedia senza alcuna possibilità di fuga se non quella di scappare impaurito fuori dal cinema. Il film parte in sordina per poi crescere ed acquisire gradatamente forza in virtù di una trama lenta e particolarmente tesa che porta lo spettatore, quasi di soppiatto, ad entrare impreparato in una seconda parte esplosiva e di grande impatto emotivo. Lo spettatore viene improvvisamente aggredito da fotogrammi di una crudeltà visiva e psicologica inconciliabili con le sue qualità morali, che fanno da contrappunto a momenti di quiete in cui all'apparenza tutto è calmo e tranquillo ma che hanno lo scopo diabolico (registicamente parlando) di abbassare volutamente le difese di chi osserva, per poi ricatapultarlo senza preavviso all'interno dell'orrore più malvagio e sconvolgente. E' proprio in funzione di questa ritmica altalenante, che sorprende lo spettatore, che il film fa così paura.

L'atmosfera creata dal regista poi fa la sua porca figura. Nell'interminabile prima parte del film l'orrore è trasmesso in modo velato, implicito e tutto è lasciato come in sospeso: i rumori di sottofondo, le particolari inquadrature di volti e oggetti che alludono all'inevitabile, le mezze frasi che richiamano in sordina tutta una serie di sottintesi che fanno da preludio all'irreparabile. Lo spettatore sperimenta fin dalle prime battute del film un senso di preoccupante attesa che lo rende inquieto. Sono però, come detto prima, i contenuti del film a fare la differenza in quanto capaci di risvegliare determinate ansie psicologiche da tempo anestetizzate dal rassicurante sonnifero della morale e dalle comodità della vita moderna. Innanzitutto l'orrore è ripreso all'interno della vita privata della famiglia e quindi inserito in un contesto "attuale" che si diversifica dai soliti luoghi comuni in cui, cinematograficamente parlando, lo possiamo trovare (siamo nel 1973 ricordatevelo). Niente più castelli, cimiteri, chiese sconsacrate o quant'altro ma solo il caldo e confortevole contesto familiare in cui tutti noi siamo calati. Il taglio decisamente ateo che si dà alla sceneggiatura del film senonchè la caratterizzazione dei personaggi ci porta poi nell'ambito di una quotidianità che ben conosciamo. Tutti i personaggi sono pieni di vulnerabilità che in potenza presterebbero facilmente il fianco alle incursioni del Demonio. Tra madri divorziate che bestemmiano, registi alcolizzati, medici incompetenti e preti fumatori in piena crisi spirituale, ecco che si erge timida e innocente la nobile figura di Regan, una ragazzina di quattordici anni sorridente e piena di vita e ancora priva di quelle debolezze che contraddistinguono negativamente il mondo dei grandi. Ed è proprio qui che il Demonio si insinua, mettendo in scena la disgregazione del focolare domestico a cui uno spettatore inerme e incredulo è costretto suo malgrado ad assistere. Il Male si manifesta attraverso una figura a cui lo spettatore è, più di ogni altra cosa, affettivamente legato e che rappresenta, nell'immaginario collettivo, il coronamento dell'amore fra uomo e donna e la ragion d'essere dell'istituzione familiare. Minando alla sua base la solidità di tale istituzione la pellicola instilla nell'animo dello spettatore un atroce senso d'impotenza e di dubbio in quanto, fotogramma dopo fotogramma, gli viene inconsciamente suggerito che il dolore potrebbe improvvisamente colpirlo per mano dei suoi affetti più cari (si lo so un genitore con un figlio tourettico potrebbe vederci una suggestiva analogia con la sua condizione familiare). Inoltre i continui riferimenti al lato oscuro e pervertito del sesso che, tramite le aggressioni verbali e gli atti inconsulti della bambina, si palesano in maniera così esplicita e senza filtri all'attenzione di chi assiste, portano lo spettatore a confrontarsi con una realtà immonda che è presente in potenza all'interno dell'animo umano e che si manifesta nella vita di tutti i giorni attraverso la malattia mentale. La rappresentazione della sessualità nella sua forma più deviata e blasfema è infatti un altro aspetto del film che turba profondamente la coscienza di chi guarda. L'atteggiamento disinibito e malignamente dissacratorio con cui Regan "usa" il sesso per scardinare i sani principi etici di chi cerca di salvarla, non può che andare a scalfire le rigide impalcature morali che albergano in ognuno di noi, soprattutto se mostrate attraverso una figura di così giovane età. A questo proposito è embematica la frase che Regan rivolge a sua madre al termine della famosissima scena della masturbazione con crocifisso: "Hai visto cos'ha fatto, quella succhiacazzi di tua figlia?". Il fatto poi che la Scienza non riesce a far nulla per poter fermare le manifestazioni patologiche abnormi della bambina e si debba affidare per forza di cose alla Chiesa per fare un ultimo e disperato tentativo finalizzato alla sua guarigione predispone l'animo dello spettatore a farsi cucinare dal fuoco lento dell'eterno dualismo tra Ragione e Fede, a dimostrazione che anche gli scettici, quando sono messi a confronto con contenuti terrorizzanti, iniziano a mostrare qualche segno di cedimento.

Per quanto mi riguarda l'apice della paura l'ho raggiunto, guarda caso, nella scena della masturbazione con crocifisso che la povera Regan, per mano del Demonio, attua su di sè in una sorta di simbolico accoppiamento blasfemo con Gesù Cristo. La sensazione che ebbi all'improvviso apparire di quei fotogrammi inaspettati fu di puro panico e la mia prima reazione fu quella di uscire fuori dal cinema e darmela a gambe. Avevo 15 anni allora, il film era vietato ai 14, lo vidi quindi 10 anni dopo rispetto alla sua prima uscita, in un cinema che credo avesse adottato una politica di riproposizione dei grandi classici cinematografici. Non ero assolutamente a conoscenza della trama del film e fui portato controvaglia in quel cinema da un nutrito gruppetto di miei coetanei che ne esaltavano estasiati le qualità intrinseche. A quella giovane età, vuoi per ignoranza, vuoi per per pigrizia, vuoi per il costante bombardamento ticcoso a cui ero quotidianamente sottoposto, non avevo molta dimestichezza col lessico italiano e un film intitolato "L'esorcista" aveva su di me la stessa forza attrattiva di un film intitolato "Il commercialista". Al tempo "esorcista" e "commercialista" erano per me sinonimi. Ricordo che entrai in sala col netto presentimento di dovermi sorbire un mezzo mattone. Tornando alla scena della masturbazione, posso dire che dopo la visione di quei fotogrammi che mi stimolavano a fuggire terrorizzato, paradossalmente rimasi seduto senza muovere un dito. A distanza di anni mi rendo conto che seppur profondamente traumatizzato da ciò che vidi, il film mi affascinò tantissimo, benchè in modo sconcertante. In effetti reputo "L'esorcista" un vero e proprio capolavoro, in quanto è stato l'unico film dell'orrore che, per quanto mi riguarda, ha raggiunto veramente la finalità per cui è stato fatto: spaventare lo spettatore. Nessun film di questo filone mi ha mai impressionato particolarmente, il più delle volte li trovo noiosi e privi di quella giusta tensione che in teoria dovrebbe
 caratterizzare le pellicole di questo tipo. Non posso dire altrettanto de "L'esorcista". Trovo che oltre ad essere un horror questo film abbia un retrogusto drammatico che affligge lo spettatore anche in quelle parti in cui il Male non è mostrato. Tutto il film è pervaso da un'atmosfera cupa e malsana che viene percepita da chi osserva tramite l'identificazione con le tristi vicende esistenziali che colpiscono i protagonisti. Sequenze di ordinaria quotidianità nei confronti delle quali sperimentiamo un senso di verosimiglianza che ci cattura e ci porta a commisurarlo con le nostre difficoltà esistenziali. Il film è reso credibile proprio da questi continui richiami a un mondo che ci riguarda. Per cui veniamo suggestionati a "credere" anche a quelle scene in cui opera il Maligno, che sono esclusivamente il frutto della fantasia degli autori e che non hanno nessuna corrispondenza con il reale. Forse... ;))))

La dimensione atea su cui si dipana la vicenda contrapposta all'irruzione di un "ignoto" così verosimile è un fattore che contribuisce a creare una sorta di sconcertante spaccatura nella mente dello spettatore che lo guida, per tutta la durata del film, nella rielaborazione inconscia di tutte quelle certezze oramai acquisite dall'uomo moderno nella sua corsa senza fine diretta al raggiungimento del progresso. Lo spettatore è portato a mettere in discussione se stesso e tutte le impalcature di una società raziocinante e particolarmente scettica all'interno del quale egli trova il suo equilibrio, la sua identità e il suo giusto orientamento. Per contro, il Maligno si accanisce anche e soprattutto coi custodi della fede, facendo breccia sul tallone d'Achille di uno dei due sacerdoti incaricati di condurre l'esorcismo, che mostra evidenti segni di smarrimento relativi alla perdita di fede nell'Altissimo. Ne consegue una polarità che disorienta lo spettatore in quanto, se da una parte vede sgretolarsi il terreno su cui quotidianamente si regge, dall'altra è costretto a prendere in seria considerazione e rivalutare dunque il fattore religioso, nel tentativo di trovare una spiegazione e soprattutto un conforto nei confronti della terrificante esperienza di cui è testimone. Nè la Scienza, nè la Fede riescono però a fornire soluzioni all'urgente bisogno di certezze che lo spettatore manifesta per mezzo di uno stato d'ansia che persiste e si alimenta sempre più attraverso le immagini del film e la dimostrazione che, solo con un violento atto di forza bruta, l'essere umano riesce finalmente a debellare il Male, la dice lunga sulla posizione neutra che gli autori hanno preso nei confronti dell'irrisolvibile dicotomia tra Ragione e Fede.


L'autore tiene a precisare che lo scritto di cui sopra è frutto della sua strabordante fantasia che attinge deliberatamente dall'immagine interiore per raffigurare e cercare di spiegare determinate dinamiche relativamente alla Sindrome di Tourette. E' dunque evidente che tale scritto non ha alcun fondamento scientifico, nè si vuole porre come alternativa alla letteratura specialistica sull'argomento. L'autore dichiara inoltre che i commenti a questo scritto sono di esclusiva responsabilitą degli utenti.

In copertina: Eldritch - "Blackenday".



Aggiunto: May 15th 2008
Autore: Eddie
Voto:
Hits: 1272
Lingua: italian

  

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