Sindrome di Tourette

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Atto XVIII

[[Visinodifata]] Visinodifata fu il primo amore della mia vita, la femmina che per la prima volta mi fece nasare gli effluvi del sesso. Fu una relazione burrascosa, costellata di tradimenti, litigi e rotture improvvise, che mi portò inevitabilmente a scoprire la vera natura delle donne al di fuori della retorica perbenista e del tutto ingannevole che solitamente si fa su di loro. Avevo 16 anni al tempo e in una discoteca alla periferia della mia città vidi ad un tratto questa bella ricciolina mora sculettarmi davanti agli occhi in un movimento morbido, aggraziato e deliberatamente puttaneggiante che una persona del tutto ingenua e totalmente incompetente in materia avrebbe definito una danza. Aveva un gran bel culo, ricordo... anche se era sprovvista di quella caratteristica femminile fondamentale che avrebbe caratterizzato le mie future compagne: le tette. Oltre a questo culo perfetto e "pieno di argomenti", Visinodifata aveva un'altra peculiarità che contribuì in maniera preponderante ad attivare nel mio cervello tutta una serie di rappresentazioni mentali finalizzate ad elaborare una qualche strategia di approccio nei suoi confronti. Il volto di Visinodifata infatti fu la molla principale che mi portò a cercare di stabilire un contatto con l'aliena. Il magnetismo che si sprigionava dal suo sguardo e che si diffondeva nel raggio d'azione della sua figaggine, ipnotizzava tutta la platea maschile presente in sala quella sera e contribuiva ad innescare in me un sentimento di totale inadeguatezza nei confronti della vita in generale. Ero sconvolto da quel miracolo estetico e quando per la prima volta i suoi occhi languidi penetrarono per la breve frazione di un attimo all'interno dei miei, mi sentii un privilegiato e di conseguenza un possibile candidato alla degustazione del succulento frutto della sua natura. Passarono i giorni e le notti e improvvisamente venni a sapere che un mio compagno di merenda si era fidanzato con un'amica strettissima di Visinodifata. Tatatatan...

A quel tempo mi muovevo pieno di insicurezze, con fare incerto e assolutamente traballante all'interno di un territorio di cui avevo avuto una vaga infarinatura attraverso le mie innocenti e adolescenziali vicende amorose, fatte di classici "ditalini" e primi "baci con la lingua" effettuati in contesti del tutto estemporanei e provvisori e completamente privi di spessore affettivo. La materia fighesca la conoscevo perlopiù grazie ai racconti dei miei compagni più grandi, mitici eroi irraggiungibili in possesso di una conoscenza per soli iniziati a cui attingevo deliberatamente per sedare i miei dubbi e le mie preoccupazioni al riguardo. La sera che uscii per la prima volta con Visinodifata tutte le mie convinzioni preconfezionate e tutti i miei fragili e patetici atteggiamenti da bullo nei confronti del genere femminile crollarono in seguito alla prima frase che lei pronunciò: "Piacere, sono Visinodifata... tutto bene?". Devo aver impiegato parecchio tempo a rispondere coi crismi che una situazione del genere solitamente richiede in quanto una sensazione di gelo mi aveva istantaneamente paralizzato e aveva creato una sorta di spaccatura tra le mie corde vocali e l'impulso cerebrale che normalmente sottende e comanda la funzione del linguaggio. Ero diventato di sale e mi parve di rivedere in quei tremendi 5 secondi tutto il filmato della mia ancor giovane vita. Era incredibilmente bella. Un viso che non aveva bisogno di aggettivi o di descrizioni troppo particolareggiate per essere raffigurato, basta dire che s'imponeva su noi comuni mortali in tutta la sua abbagliante irraggiungibilità. Mi guardava con un'espressione accigliata e civettuola, inframmezzata da un sorrisino ironico che parlava da sè: era pienamente consapevole del suo splendore e io ne ero perdutamente innamorato. Ricordo che eravamo a fine estate e faceva molto caldo, ma dentro al mio cuore vigeva un freddo porco. Ogni volta che lei apriva bocca e di proposito si rivolgeva a me io rimanevo pietrificato. Da quei suoi occhi che ti confondevano, da quel neo sul labbro inferiore che ti faceva venire "certi pensieri", da quel leggero velo di lentiggini che rendeva innocente un volto che di lì a poco tempo si sarebbe mostrato in tutta la sua diabolica femminilità. Non fu affatto facile conquistarla. Anzi, col senno di poi, posso dire che è stata la donna con cui ho fatto più fatica. Al giorno d'oggi se mi capitasse un'infatuazione del genere lascierei perdere al primo segnale di inattuabilità e senza farmi troppi problemi. Al tempo però, ero completamente ossessionato dalla sua conturbante figura, che mi faceva sprecare tempo prezioso ed energie alla ricerca di un modo per poterla sedurre al fine di legarla "per sempre" a me. Dopo una miriade infinita di tentativi frustrati sul nascere, fu l'occasione che, come sempre accade in questi casi, fece l'Eddie ladro.

Il quadretto galante che si formò quella fatidica sera era così composto: Visinodifata alla guida, il sottoscritto di fianco a lei col culo piantato, manco a farlo apposta, sul "posto del morto", il mio amico Marcus seduto sul sedile posteriore dell'auto e infine la sua dolce metà Fighettadiseta che, come vi ho accennato più sopra, era l'amica strettissima senonchè consigliera prediletta e fidata di Sua Altezza Divina. Fiat 127 blu targata BO951111 di proprietà del padre di Visinodifata. Ricordo ancora oggi la targa, a 22 anni di distanza, non so se vi può suggerire qualcosa questo. Comunque. Eravamo diretti verso l'ennesima "disco" in quanto Visinodifata era appena uscita da una storia sentimentale che, a suo dire, l'aveva profondamente turbata e dunque sentiva la spasmodica necessità di distrarsi per mezzo di situazioni eccitanti che la distogliessero dall'avvilente sconforto in cui era sprofondata. Poverina eh? Alla fine dei balli uscimmo dal locale parecchio ubriachi e ci dirigemmo con tutta l'allegria e la spensieratezza della nostra giovane età verso la vettura di Visinodifata. Fu in quel preciso istante che tra le le risa, le battutine e gli schiamazzi maragli di noi guerrieri maschi, sentimmo provenire da un'automobile parcheggiata in prossimità della nostra un lamento sottile, misero e soffocato. Visinodifata si spaventò da subito e sentendosi improvvisamente perduta e indifesa, mi saltò addosso cingendo forte le braccia attorno al mio collo. I suoi occhi a un centimetro dai miei, la sua bocca a un centimetro dalla mia, il suo respiro che si confondeva col mio. Quasi a rompere volutamente l'incanto, con voce bassissima e parecchio preoccupata Visinodifata mi disse: "Eddie, hai sentito? ma che cazzo è sto rumore?". Il suo cuore batteva forte e non vi nego che in quel momento un pò ci sperai. Smarcandomi prontamente dalla presa di Visinodifata, quasi a voler ostentare un coraggio che non avevo, assieme al mio amico mi incamminai spavaldo verso la vettura da cui proveniva quello stranissimo suono. "Eddie guarda..." disse Marcus in prossimità della macchina, "...non ci posso credere". A seguito delle sue parole mi avvicinai curioso e un pò preoccupato e affacciandomi al finestrino posteriore dell'autovettura mi resi immediatamente conto della presenza di un "qualche cosa" di vivo all'interno dell'abitacolo. Io e il mio compagno di scorribande ci guardammo in modo obliquo negli occhi e accennando in simultanea a un sogghigno sarcastico, infarcito di un retrogusto sadico teso a soddisfare un improvviso bisogno di crudeltà, concordammo telepaticamente la "gag" per spaventare le nostre due splendide fate. Marcus si mise improvvisamente a urlare in modo del tutto isterico e schizzato frasi del tipo: "Aiuto, il sangue... Dio mio, c'è del sangue... aiuto". Io invece sobbalzai all'indietro, iniziando ad allontanarmi cautamente dalla macchina, ripetendo con voce allarmata: "No, Dio mio, no... non è possibile, no Dio mio... aiuto". Le due bimbe nel mentre ci guardavano allibite e non rendendosi conto di quello che stava accadendo a pochi metri da loro intonarono all'unisono il disperato canto della loro inquietudine: "Ma che cazzo succede, andiamo via ragazzi, andiamo via... dai ragazzi andiamo alla macchina, svelti". A quelle parole io e Marcus cessammo immediatamente la nostra macabra danza e in un religioso silenzio, che parve far sprofondare ancor più le ragazze in un tremore inconsolabile, il mio amico aprì lo sportello dell'auto lasciato inspiegabilmente aperto dai suoi proprietari: un meraviglioso cucciolo di Labrador di non più di 2 mesi fece capolino dalla portiera aperta della vettura e cominciò a leccare teneramente le nostre perfide mani bastarde.

"Siete due stronzi". Visinodifata continuava a ripetere questa frase finto-risentita in direzione di noi due "warriors" sghignazzanti che, per punzione, eravamo stati sistemati sul sedile posteriore dell'auto. Fighettadiseta, d'altro canto, non ci andava tanto per il sottile e con un tono malizioso e indispettito decantava a gran voce il "requiem funebre" per il suo bello: "Tu amore mio, mi sa che per un pò te la puoi scordare proprio, sai? Non si fanno certi scherzetti a due gran dame come noi, eccheccazzo". Eravamo felici, tantissimo e spesso, durante il breve viaggio di ritorno verso casa, la mia mano euforica prendeva ad accarezzare dolcemente il pelo color miele di quell'adorabile cucciolo di Labrador, che si strusciava affettuosamente contro le gambe di noi due maschiacci in pieno giubilo. Ah già, dimenticavo: per colpa dell'amica di Visinodifata e del suo boy sorse anche "Il Problema", il trauma esistenziale che contornò di tinte fosche l'armonia leggiadra di quella mitica serata. Visinodifata, come suo solito, si era infatti impuntata e aveva voluto ad ogni costo portare con sè il cagnolino. Sosteneva fermamente che non si poteva lasciare una creatura così docile e indifesa da sola in un'auto in piena notte e per giunta all'interno di un parcheggio incustodito. Così diceva e guai a chi avesse osato mettersi contro il suo insindacabile giudizio, pena l'immediata espulsione dalla macchina e l'inevitabile rientro a bordo di un costosissimo taxi. Inizialmente noi restanti membri della band, benchè in maggioranza, tacemmo prudentemente e la lasciammo fare. Saliti in macchina però e dopo alcuni chilometri di ilarità, ecco che scattarono i sensi di colpa e le recriminazioni e le accuse nei confronti della mente organizzatrice del sequestro. Nacque quindi un'interminabile discussione che verteva sulla questione etica del rapimento del cagnolino. Il mio friend e la sua donna dicevano che avevamo fatto una cosa sbagliata. Visinodifata e io (chiaramente) affermavamo il contrario. La Gran Dama improvvisamente scoppiò in un pianto sommesso e del tutto recitato innescato dal fatto che non poteva credere che la sua amica, la sua devotissima amica, non la sosteneva in un così nobile slancio; soprattutto era rimasta interdetta dalla mancanza di cuore che Fighettadiseta aveva mostrato nei confronti di una così tenera creatura. Si sentiva sola e incompresa. E più si incaponiva nel difendere la sua tesi, più la sua amica e il suo fidanzato le davano contro. Il sottoscritto d'altro canto, con tutta la falsità e l'opportunismo di cui era capace, andò prontamente in soccorso della Madonna Inconsolabile. "Ma no dai non fare così". Oppure. "Al tuo posto avrei fatto lo stesso". E ancora. "Dai su non piangere, adesso lo portiamo a casa e gli diamo un pò di cibo". Alle mie parole Visinodifata un pò si riprese, mi sorrise e prese a guidare più rilassata, benchè non avesse certo intenzione di "dargliela vinta a quei due", come lei diceva. Marcus per contro mi guardava di taglio, avendo intuito da subito i secondi fini che si celavano dietro alla mia pavana consolatoria nei confronti di Visinodifata. Arrivammo finalmente alla meta e congedando una coppietta entrata improvvisamente "in calore", io e Visinodifata rimanemmo ancora un pò insieme, discutendo del suo gesto e del futuro del nostro innocente cagnolino. Parlammo per circa un ora, arrivando a spaziare addirittura su argomenti di non facile presa per la nostra giovanissima età e dopo essere giunti alla conclusione che avevamo fatto "la cosa giusta" nei confronti del cucciolo, Visinodifata, accarezzandomi una guancia in modo tenero e tremendamente sensuale, pronunciò una frase che è rimasta a tutt'oggi negli annali della mia personalissima cronistoria amorosa, soprattutto per il sorprendente episodio che ne conseguì: "Grazie Eddie per avermi difeso. Sei una persona stupenda, l'unica che di questi tempi mi mostra un pò di comprensione". Eravamo soli io e lei (e il cagnolino naturalmente) e al termine di quelle dolci parole, fautrici di un benessere psichico che non ammette descrizioni, Visinodifata decise di dare una svolta al nostro destino e conficcò clamorosamente la sua lingua all'interno della mia bocca incredula e inesperta.

Fu un bacio rapito, quasi di sfuggita, che mi lasciò senza fiato. Non potevo credere a una svolta del genere. Il comportamento di Visinodifata fino a quel momento era stato di tenace chiusura nei miei confronti. Tutte le parole da lei pronunciate, i suoi atteggiamenti, i capricci, la sua cocciutaggine vennero contraddetti in un lampo da quel gesto inaspettatto. Quel bacio cancellava tutto e da quell'istante inizai a sperimentare una felicità che non conoscevo. Rincasai sulla mia Vespa 50, la brezza che coccolava i miei lunghi capelli, con la mente sospesa oltre le parole, oltre il pensiero, oltre le idee, oltre il male di vivere. Oltre a un destino duro e scontato e troppo maledettamente ingeneroso. Trasportato involontariamente in una sorta di Iperuranio che levigava gli spigoli di un'esistenza che non mi dava scelta. E mi feriva. Quel tenero bacio fu solo un inizio, un preludio a una "stagione dell'amore" che alla fine dei giochi si rivelò traumatica, benchè inizialmente fui portato a gustarne i sapori e la romantica poesia.

"Com'era bello andare in giro per i colli bolognesi, con un una Vespa Special che mi toglieva i problemi".

Un guerriero che si rispetti, sotto una corazza dura e impenetrabile, nasconde anche un cuore. Lo vedi da come si batte per un'idea, per una causa o anche solo per una donna. Visinodifata e il guerriero in questione iniziarono a fare coppia fissa e, appena se ne ebbe la comunicazione ufficiale, tutto quanto il quartiere iniziò a decantare a gran voce le gesta e i clamori di quella relazione inaspettata, non senza punte d'invidia e di malignità, chiaramente. Dopo il "fattaccio del bacio", come tutti lo definivano ormai, io e Visinodifata non eravamo andati più in là di quei casti palpeggiamenti, quelle svenevolezze, quelle strusciatine e slinguazzamenti vari che solitamente caratterizzano gli inizi di una storia d'amore, ci eravamo insomma limitati a un petting innocente e illibato che non contribuiva affatto a sbloccare la situazione nel senso voluto dal sottoscritto. La causa principale di questa fase di stallo era dovuta alle continue paranoie che Visinodifata si faceva nei confronti del suo ex fidanzato, storia che a suo dire sembrava conclusa, ma che di fatto la incatenava alla nostalgia di un passato difficile da metabolizzare, anche perchè, come scoprii in seguito, la poverina dal cuore infranto non aveva affatto smesso di vedere il suo ex e soprattutto non aveva affatto smesso di scoparci come e quando e dove e perchè. Questa fu la prima mazzata che Visinodifata mi diede, un dolore che una volta provato ti rimane dentro per sempre e che a una così giovane età ti cambia in un modo irrimediabile. Inizia a farsi strada in te una consapevolezza del tutto nuova derivante dalla percezione di un desiderio non corrisposto, che ti costringe a mostrare il tuo vero volto e a confrontarti con la limitatezza di cui sei fatto. Guardi dentro a questo dolore e lo scopri muto e sordo e indifferente. E più ti ostini a ricercarne un senso, più sprofondi all'interno di una gelosia che ti divora. E ti abbruttisce. E ti rende cieco. E per un solo attimo di felicità nella carne baratti la tua dignità sulla bilancia dello strozzino. Scoperto dunque l'inghippo, feci finta di nulla e con un tono solenne combinato a un disinteresse alquanto difficile da simulare, mi limitai a dichiarare: "Vabbè dai, la nostra tanto è solo una storia e nullapiù. Ognuno può fare quello che cazzo gli pare, a patto che lo faccia in casa propria, sia chiaro". Volevo fare il duro capite? Il distaccato. Quando dentro invece ci stavo malissimo e soffrivo le pene dell'inferno per questa sua nascosta infedeltà. La verità era che pur di averla mia anche solo "part-time" ero diventato fin troppo accondiscendente nei confronti di ogni sua richiesta e comportamento, giusti o sbagliati che fossero, e nascondevo la mia frustrazione dietro alla fragile maschera di un'indifferenza del tutto innaturale e artefatta. Ero debole, in maniera irrecuperabile. D'altro canto lei, ammettendo che ancora si vedeva con l'ex, mi aveva fatto capire che avrei dovuto accettare passivamente quella situazione senza troppi perchè. Aveva bisogno di tempo, diceva. O così o niente, non so se mi spiego. Io intanto sprofondavo sempre più in un vuoto affettivo che non mi dava tregua e lentamente mi triturava portandomi ai margini di una disperazione che non trovava pace. Per questo motivo decisi di partire per una settimana sciistica a Canazei, nel tentativo di disseppellire il mio ego ferito da sotto quell'immenso Everest di merda in cui era disastrosamente franato. Era il freddissimo inverno dell'86, un anno strano e carico di cattivi auspici, anticipatore di quegli avvenimenti che l'anno successivo avrebbero cambiato per sempre il corso della mia esistenza. L'anno in cui in uno squallido cesso di una discoteca di montagna persi finalmente la mia verginità e mi laureai dunque in "figosofia".

Era da più di due giorni che quel dolce zuccherino di Begoniaselvaggia mi slumava con occhi intensi e scostumati. Appena misi piede sulle strade imbiancate di Canazei iniziai ad essere oggetto di un'osservazione sistematica da parte di questa puledrina mora con due tette da "pronto soccorso" e un nonsochè di selvatico che mi angustiava piacevolmente. Oltre a essere la sorella di un mio carissimo e intelligentissimo amico, con cui avevo passato dei gradevoli momenti a discutere di donne e di musica e più in generale di questioni che vertevano sui massimi sistemi della vita in ogni sua forma e manifestazione, si mormorava che Begoniaselvaggia fosse anche una grandissima troia e ciò non mi disturbava affatto visto l'indiscutibile ascendente che avevo su di lei. Perso nella foga giovanile di quegli anni, in cui coscienza e incoscienza si fondevano dando vita a una personalità ibrida e non ancora centrata sulle effettive priorità dell'esistenza, mi lasciavo trasportare in un modo del tutto passivo dal vento inebriante dei miei appetiti, fottendomene altamente di pianificare la mia vita all'interno di un progetto rassicurante finalizzato al raggiungimento di un qualche futuro possibile. Dentro a quel bagno per sole donne, Begoniaselvaggia prese a succhiarmi piacevolmente l'uccello e più quelle labbra gonfie e soccorritrici avvolgevano il mio flauto di carne, più l'immagine di Visinodifata si allontanava dalla mia mente, trasfigurandosi in modo lento e inesorabile nel pallore di un ricordo ripugnante. Seduto sulla tazza del cesso, chiavavo Begoniaselvaggia con foga intensa e feroce e noncurante della lunga fila di urinatrici in attesa che bussavano alla porta, scaricai tra le sue gambe il marchio vischioso e liquido della mia vendetta. Fu una liberazione, perlomeno momentanea. Uscii da quel bagno tra gli applausi scroscianti di alcune sbarbe maliziose e sorridenti che, con la scusa di urgenti e improcrastinabili bisogni fisiologici, si erano assiepate in prossimità della porta ad ascoltare le urla licenziose del mio rodeo porno. Begoniaselvaggia nel mentre mi stringeva la mano, assicurandosi di tenermi ben saldo a sè e guardandomi con occhi luccicanti e molto ma molto soddisfatti non perse occasione per baciarmi davanti a quel nutrito gruppo di femmine infoiate. E in quel momento entrò Visinodifata.

"Sorpresa". Sorridendo allegramente Visinodifata allungò le braccia nel tentativo di stringermi a sè. Il suo fare svampito e forzatamente noncurante tradiva una sensazione di urgenza che mi provocò la subitanea percezione che qualcosa era cambiato in lei. Il suo modo di guardare, di parlarmi, di muoversi nello spazio circostante mi faceva presagire che Visinodifata avesse in qualche modo ridefinito le priorità sentimentali nei confronti di se stessa e del suo guerriero ferito. Il fatto poi di trovarmela in quel luogo senza preavviso alcuno, andava a rafforzare in maniera alquanto pertinente la mia tesi. Forse la breve lontananza dal sottoscritto l'aveva fatta riflettere sul suo ingiusto comportamento e magari aveva finalmente capito quali erano le sue vere necessità. Non che mi facessi molte illusioni al riguardo, stavo comunque in preallarme nel caso questa mia percezione si fosse rivelata esatta. Sul momento, fortunatamente, Visinodifata non si accorse del sesso clandestino che avevo appena consumato con Begoniaselvaggia, quest'ultima poi, indottrinata in seguito dal suo perspicace fratellino, si era ben guardata dallo spifferare la cosa ai venti tumultuosi della maldicenza, dimostrandosi figa di grande spessore anche al di fuori delle sue performance di gabinetto. Ebbi altri richiami amorosi con Begoniaselvaggia, femmina forse un pò folle ma dotata di una forza attrattiva e di una carica erotica fuori dagli schemi, che mi rimase amica fino a quando il naturale corso degli eventi non decise di separare, per forza di cose e senza traumi, le strade della nostra appassionata giovinezza in comune.

"Ma tu, come mi consideri?". La frase storica che Visinodifata pronunciò al nostro rientro in città andava ad avvalorare inconfutabilmente le mie aspettative. Visinodifata si era resa conto infatti che un sentimento sconosciuto aveva fatto breccia nel suo cuore e ora non aveva più la forza nè la volontà di nasconderlo. Quasi a rincarare la dose poi, venne anche alla luce la "questione Begoniaselvaggia". Un'amica di Visinodifata infatti, determinata e scaltra come solo le donne sanno essere in questi momenti, venne a scoprire dal "gossip di quartiere" che c'era stato effettivamente un qualcosa di più di una innocente simpatia tra me e Begoniaselvaggia e colta da schock improvviso al giungere della notizia inaspettata, Visinodifata stava ora cercando spiegazioni a questa mia "mancanza di rispetto", come la chiamava lei. Ora, senza voler scivolare per forza di cose all'interno della banalità di un luogo comune, non posso però esimermi dal ribadire che è proprio vero che le donne, in certi casi, più le tratti male e più ti corrono dietro come galline senza più pollaio e che solo la forza di un virtuoso atto di reale menefreghismo nei loro confronti, può farle scendere dal piedistallo mentale su cui spesso si elevano per perpetrare il loro velenoso fiele nei confronti del malcapitato maschio di turno. Eh già, le stava proprio bene alla Gran Dama, una lezioncina coi fiocchi e se il "mio Io di adesso" fosse stato al posto del "mio Io di allora", potete stare certi che avrebbe continuato, senza nessun senso di colpa al riguardo, ad iniettare nell'animo di Visinodifata il nettare virulento del dubbio e della gelosia: vedi mò come si sarebbe ravveduta in fretta dall'ostentare quelle sue arie da fighetta inaccessibile a chiunque, la mia bella testina di cazzo. Ma purtroppo, c'è chi nasce tigre e c'è chi tigre la diventa col tempo e il sottoscritto, facente inequivocabilmente parte della seconda categoria, si fece prendere dalla pietà nei confronti della Donna Angelicata e scoprì le sue carte più del dovuto. Mai una leggerezza di tal fatta fu da me pagata così cara. Dovete credermi quando vi dico che al tempo, essendo completamente invischiato nella passione amorosa, avevo perso quella freddezza e quella lucidità necessarie a mantenere un "aplomb" un attimino più distaccato nei confronti di quella ragnatela sentimentale piena zeppa di incognite. Davanti allo scoramento di Visinodifata infatti, invece di tenerla col culo sulla graticola per il tempo necessario a farla crollare senza più margini di recupero, mi diedi integralmente e definitivamente a lei. Preso dall'enfasi che la sua frase mi aveva trasmesso iniziai a sciorinare ingenuamente tutto il repertorio del più sdolcinato rincoglionimento amoroso, cosa questa che se da un lato ebbe l'effetto di farla sorridere e di tranquillizzarla, dall'altro offrì a Visinodifata l'occasione per non smentire se stessa e riguadagnare quindi il terreno perduto nei confronti del suo dolce filantropo dal cuor rapito. E con gli interessi.

Vedere quella che, fino a pochi attimi prima, credevi fosse diventata finalmente la tua donna, rigirare vorticosamente la lingua all'interno della bocca di un altro uomo è un esperienza estremamente antipatica, soprattutto se "quest'altro uomo" fa parte della cerchia ristretta dei tuoi amici più cari. Improvvisamente valori come amicizia, amore, bene, fratellanza, altruismo, generosità ecc. ti mostrano tutta la loro inconsistenza, costringendoti a confrontarti per la prima volta con l’essenza del Male nella sua veste più gratuita e sconcertante. Sei tu e il tuo dolore e questa immagine portatrice di una verità drammatica che fino a quel momento hai taciuto a te stesso in quanto ottenebrato da un sentimento d'amore che non ti permetteva di vedere le cose sotto la sua luce più vera. Inizi a renderti conto cosa comporta amare veramente una persona al di fuori delle puttanate che ti raccontano mamma e papà, a cui gliele hanno raccontate a loro volta i tuoi nonni e i bisnonni e i trisnonni e così via all'infinito, in una cantilena vetusta di mistificazioni che ti portano a essere completamente staccato da quel "te stesso" di cui fai parte in un modo unico ma neanche tanto esclusivo. E finalmente odi. E impari a vedere la parte più brutta di te senza sovrastrutture, senza specchi di comodo, senza fuorvianti oclocrazie dei sentimenti umani che mirano solo a confonderti. Perchè tu, sotto alla maschera ipocrita con cui mostri i lustrini di te stesso, sei portato a odiare, è inutile che fai finta di niente e se potessi dar ascolto al tuo istinto ti accorgeresti che non sei da meno di tutte quelle persone che quotidianamente disprezzi e che prendi come capro espriatorio per proiettarci sopra la tua animalità travestita da buone maniere. Sei irrimediabilmente bugiardo, effimero, sfuggente: inguaribilmente umano fin nella cellula più lontana e nascosta della tua putrida essenza in decomposizione. E fino a che il Male non ti colpisce ti limiti ad apparire quale patetica controfigura di un te stesso che non ti assomiglia per niente. Trovo ridicole e frivole e prive di penetrazione psicologica quelle persone che, per non prestare il fianco alle incursioni del Male, consigliano di non farsi governare dalla rabbia e dal rancore: ti chiavo la moglie, ti inculo la mamma e ti stupro la nonna, poi dopo vediamo sei hai ancora la voglia di dire certe scemenze. Quella notte dell'ultimo dell'anno del 1986, oltre a fracassare in mille pezzi uno specchio con un pugno, avrei ammazzato anche il Demonio se mi fosse capitato a tiro. Vedere Visinodifata prodigarsi in quell'atto inconsulto e privo di tatto nei miei riguardi mi aveva fatto sorgere una rabbia omicida. Era colpa dell'alcol diceva lei, "sei un gran troia" pensavo io. A un certo punto della terribile serata, quando solo e disperato cercavo nei fondali di vetro verde una impalcatura liquida che potesse attenuare il mio "schifo" emotivo, Visinodifata venne verso di me e con tono allusivo e sapientemente provocante mi disse queste parole: "Andiamo a casa di Fighettadiseta. Io, te, lei e Marcus. Se ti va ancora, naturalmente". Aveva deciso e questo la dice lunga su chi dettava le regole del nostro rapporto. Con quella frase secca e senza alcuna possibilità di appello aveva voluto precisare una volta per tutte il mio stato di sudditanza, soprattutto dopo i miei excursus fallici con Begoniaselvaggia. Deglutii la saliva amara dello sconforto fin lì provato e, come se tutto il dolore di quella notte non fosse mai esistito, mi avviai verso la macchina di Visinodifata con un'aurea fragile e corruttibile... ma risoluto e guerriero come non mai.

Quello che avevo davanti era il Paradiso, senza alcun dubbio. Per la precisione era Visinodifata distesa sul letto, con le gambe spalancate e la fica oscenamente aperta a un centimetro dalla mia faccia. Presi a leccare con voluttà insaziabile quell'ostrica pepe e limone con le sue mani che mi accarezzavano la testa e la spingevano verso una fragranza densa e sugosa, una gustosità salmastra che mi impiastricciava le labbra, che si diffondeva lenta e pungente dentro la mia bocca per arrivare a stringermi il cuore, in comunione con la mia anima. L'inebriante sapore di quella femmina mi faceva impazzire. Salivo e scendevo con la mia lingua sulla superficie di quella pelle diafana e profumata, trasfigurata dai raggi lunari che dalle fessure delle persiane abbassate illuminavano timidamente il nostro tenero abbraccio d'amore. "Baciami Eddie, baciami. Ti prego baciami ancora". Non c'era nè "un prima", nè "un dopo", non c'era nulla al di fuori di noi. Eravamo solo io e lei, vibranti e sudati, avvinghiati in un amplesso sospeso al di fuori del tempo, al di fuori dal mondo, distesi morbidi e nudi sul nostro universo grondante di umori, due nature complementari che si annusavano nell'attesa fremente del coito. La penetrai con dolcezza, senza fretta, senza forzare, senza sconquassi taurini. Senza mostrare doti acrobatiche che non si addicevano alla solennità del momento. La scossa elettrica che al primo affondo mi pizzicò la superficie del glande era il segnale eloquente, la prova inequivocabile della comune eccitazione, una "corrispondenza di amorosi sensi" che non lasciava dubbi in proposito: Visinodifata in quel momento mi amava, a modo suo forse, ma mi amava ne ero sicuro. Venni copioso su quei piccoli seni e sulla sua pancia e tra i suoi capelli e un frammento di stella filante si andò a stampare appiccicoso e bollente sulla parete dietro di noi. Visinodifata rise di gusto e mi abbracciò baciandomi soffice e compiaciuta le labbra, assecondando le mie frasi maldestre che, sull'onda vanesia di un entusiasmo da prestazione, decantavano dei trascorsi amatori pressochè inesistenti. Fu su quelle parole autocelebrative che ci addormentammo appagati e leggeri, inconsapevoli del nostro destino, del Male che ci attendeva sulfureo dietro l'angolo della nostra esistenza.

Conobbi con Visinodifata quel Male tacito, subdolo e occulto che si scaturisce dalla repentina privazione d'amore e che incarognisce l'animo degli esseri umani. E' incredibile come questa donna abbia potuto giocare in un modo così sporco coi miei sentimenti. Mentiva e poi si scusava e poi ritrattava, seguiva le paturnie dell'attimo e io come un povero deficiente senza spessore credevo a tutte le stronzate che andava dicendo. Il nostro rapporto con lo scorrere del tempo si addentrò sempre più all'interno di un territorio infido e pericoloso. Me ne faceva di cotte e di crude giocando spesso con la mia ingenuità, con la mia inesperienza, con la mia buonafede. Con la mia totale incapacità di fare del male alle persone senza sentirmi in colpa. E ci impazzii di brutto. Divenni completamente folle per questa femmina al punto che le misi più volte le mani addosso per la gelosia e la conseguente incazzatura che mi procurava il suo modo di essere. Si lo so, non è affatto bella una condotta di questo tipo nei confronti di una donna, ma penso che i miei mille schiaffi non potranno mai risarcire il dolore che la sua indole traditrice mi procurò e che non mi ha mai più permesso di vedere le donne sotto una luce diversa. Quando sembrava che tutto si fosse calmato, che finalmente le cose si fossero messe a posto, eccola che ripartiva con l'ennesima pugnalata al mio cuore. Non c'era un solo momento di tranquillità. Sembrava farlo apposta, cazzo. Secondo me un pò le piaceva essere maltrattata. Era anche un pò masochista, voglio dire. In ultima analisi era evidente che Visinodifata amava solo se stessa. Il patologico bisogno di sentirsi sempre al centro dell'attenzione, che lei nascondeva sotto le mentite spoglie di un altruismo ipocrita nei confronti di tutto e di tutti, la portava ad avere dei comportamenti terribilmente irriguardosi verso le persone che le volevano bene. Anzi, proprio grazie al sentimento delle persone che l'amavano, Visinodifata riusciva a crearsi una solido appoggio affettivo per potere elevare se stessa oltre se stessa e imporre la propria reggenza verso quel mondo che la adorava. Misurava e giustificava il proprio egoismo attraverso il consenso degli altri, proiettata in un delirio solipsistico che non aveva freni. E per ottenere tale consenso era disposta a tutto, anche a fare del male alle persone più care; quelle persone che, tramite la trasmissione del loro amore incondizionato, si prestavano alla celebrazione ossequiosa del suo temperamento tronfio e narciso. Era priva di sè, capite? Viveva attraverso lo sguardo dell'altro. Se tu chiudevi gli occhi Visinodifata cessava di esistere.

Quando oggi osservo gli uomini e soprattutto li sento parlare, vantarsi delle loro conquiste, delle loro imprese dongiovannesche, oltraggiare il sacro calice della figa attraverso frasi millantatrici e completamente distanti dalla realtà dei fatti, mi sale un riso amaro. Questo continuo pavoneggiamento fra maschi nel tentativo inconscio (neanche poi tanto) di misurarsi il membro tra loro e di ostentare quindi una virilità "ancora tutta da dimostrare" mi lascia alquanto interdetto. Non è nella quantità che si valuta la forza di un uomo, è la qualità quella che conta e che attraverso l'amore per UNA SOLA donna obbliga l'uomo a superare se stesso nel tentativo di soddisfare un desiderio che, per colpa della natura volubile e capricciosa di quest'ultima, sarà sempre e comunque eternamente inappagato e che renderà l'uomo perennemento inquieto o tutt'al più teso alla ricerca dell'inconoscibile, in un ultimo e disperato atto di sublimazione dell'amore mai ricevuto o solo in parte corrisposto. C'è differenza dunque tra "chiavare una donna" e "amare una donna". Nell'amore l'uomo perde la sua consistenza virile e svela una vulnerabilità che lo avvicina alla sua vera natura, spogliandolo di tutte le sue sicurezze di facciata e trasformandolo in ciò che realmente è: uno spermatozoo fra miliardi che partecipa alla corsa selettiva per la conquista dell'utero.

Io e Visinodifata ci lasciammo dopo un anno di questa minestrina insipida e parecchio disgustosa, un tira e molla che mi ha portato a sperimentare stati affettivi assolutamente insopportabili per un'anima sensibile e particolarmente delicata come la mia. Ricorderò sempre quella notte quando solo e sdraiato nel letto mi rannicchiai in posizione fetale stringendomi con le braccia lo stomaco e, senza neanche più la forza di piangere, ripetevo disperato fra me e me: "Basta, ti prego basta. Fai che finisca tutto questo dolore. Non ne posso più, basta". Il giorno dopo non ne volli più sapere di lei e glielo dissi. La sofferenza che ormai sperimentavo minuto dopo minuto superava la soglia dell'umana tollerabilità. Ci mollammo in modo netto e con poche parole. Con la mano di Visinodifata che si appoggiava all'altezza del mio diaframma, quasi fosse consapevole del dolore che mi bruciava la pancia, quasi volesse dirmi: "Ecco vedi è questo il dolore che ti incatena alla vita, è per sfuggire al suo ricatto che devi tradire continuamente te stesso". Visinodifata si perse entro il suo ego pompato e entro la visione distorta che aveva della vita. Si arenò nella palude della droga, finendo anche in galera per questo motivo. Resta il fatto che oggi quando la vedo fidanzata e felice e con una figlia, ringrazio il mio Dio di non essere al posto dell'uomo che lei ora dice di amare.


L'autore tiene a precisare che lo scritto di cui sopra è frutto della sua strabordante fantasia che attinge deliberatamente dall'immagine interiore per raffigurare e cercare di spiegare determinate dinamiche relativamente alla Sindrome di Tourette. E' dunque evidente che tale scritto non ha alcun fondamento scientifico, nè si vuole porre come alternativa alla letteratura specialistica sull'argomento. L'autore dichiara inoltre che i commenti a questo scritto sono di esclusiva responsabilità degli utenti.

In copertina: "Bettie Page - Queen of Hearts" - Dalla copertina del libro di Jim Silke per la Dark Horse Comics.



Aggiunto: May 21st 2008
Autore: Eddie
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Lingua: italian

  

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