Sindrome di Tourette

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Atto XIX

[[Soliloquio]] Vorrei donare un attimo ai miei pensieri. Assorbiti da un sogno che poi si dissolve in una non consistenza dissimile a prima. Rendendoli pietre li farei germogliare e morire e poi ripulsare a mia sottile malizia e inebriandomi della loro vanità sottratta li porgerei a chi ne è stato abusivamente partecipe. In un'ombra d'amante sfoglierei le tue pagine accese solo di notte, tratteggiandomi con un'unghia vermiglia in quegli strabismi di luce iniettati da algebriche brame riflesse. Porterei ancora il vostro amore prezioso, se si fosse spento nel cerchio di una possibilità condivisa.

Oggi ho mollato "il lavoro", sono stanco di servire una causa che non mi comprende, stanco di servire me stesso. Oggi ho deciso di non rincasare, rimango sospeso in queste ore crepuscolari in attesa di non so quale destino. Prove generali della mia morte? O di una nuova rinascita? Non lo posso ancora sapere. In questi attimi di soffocante presente si sta instaurando una volontà nuova, una forza straniera di elevata potenza mi catapulta dentro a una dimensione di valori non conosciuti. Affacciato sulla fauna di Piazza Maggiore, respiro l'aria inquinata di questo gelido inverno immorale. Sensazione di malessere che conferma le mie lamentele, fiutare l'odore di questo luogo contaminato procura elementi concreti alla mia ribellione.

E poi giungono i lampi. Lampi di luce cremisi frustano un cielo disfatto da baffi di civiltà. La volta celeste piange ordinata e sincera e un profluvio di lacrime ignifughe sommerge l'allegro balletto di circostanza. Emozioni, sensazioni, bramosie mascherate con il drappo della tecnologia, assicurate da un sapere scientifico e da una conoscenza assolutamente oggettiva. E un sole pallido di strali ortogonali reclama le ultime pretese di un fatuo possesso illusorio. Osservo e ascolto e vivo l'attimo imprigionato in una tela intestina intrecciata su un rancoroso pulsare che ordisce e trama il proprio vissuto nell'odio e nell'amore non ricambiato o ricevuto solo per premeditazione d'intenti. Osservo io, in questo foro di gente posticcia, in che misura sono simile a loro e di quanto debba ancora soffrire per non riuscire a comunicare con loro. Osservo da fuori ma intrappolato in una ragnatela di proiezioni impalpabili che mi trasformano, che soppesano, bilanciano, raffrontano e calcolano la quantità dei miei sbagli con la qualità del loro meschino e bugiardo non sbagliare mai.

Da oggi si fa sul serio. Niente più sconti, nessuna grazia, zero condoni. Nessuna frase sarà più pronunciata, solo coltelli e diamanti grezzi incastonati nella chiara luce dell'incubo. Uno sforzo teso a distanziarsi dalla percezione vedderocentrica per lasciarsi cullare dall'occhio vacuo e imparziale del Nulla. Non c'è niente che ci possa salvare, neanche il dolore. Se vogliamo capire dobbiamo agire così, in verticale. L'inizio e la fine sono due lussi per lusingare gratuitamente i posteri o quelli che ci sono già stati: non inseguo "bluffarde" illusioni o certezze a scadenza da definire. E sono finiti i tempi delle smancerie.

Prosegue dunque il mio girotondo idrovoro per mongoloidi assetati di sangue. Di certezza, di giustizia, di visibilità scevra da qualsivoglia rossore partorito dalla discriminazione sociale, che ha indotto una modificazione genetica perfino sul nostro pudore, imponendoci un marchio di fabbrica riconoscibilissimo ai più, come se ce ne fosse stato bisogno. Ecco la nostra sola realtà, la nostra vera natura, la nostra unica ragione d'essere, siamo fatti così, refrattari e inconcludenti al destino, clandestini e asociali verso noi stessi, bandieruole involontarie di uno scherzo mal digerito: i dagherrotipi della Vergogna.

Io non so fino a che punto potrò sopportare ancora il fatto che mi si punti il dito contro, che si motivi la feralità dell'animo umano attraverso la mia presenza scomoda e irritante e portatrice di verità imbarazzanti che costringono a squarciare il velo dell'umana ipocrisia portando chi mi legge a confrontarsi con l'autenticità primigenia e malvagia del proprio essere. Benchè il bisturi senza anestesia procuri parecchi tormenti, questa è opera di bene, non scordatelo mai, soprattutto in quei frangenti in cui vi scoprirete impegnati come scolaretti imberbi a intingere il zuccheroso biscottino dentro alla tiepida e rassicurante tazzina della vostra demagogia paracula.

Sono disperato perchè non vedo futuro. Sono incazzato perchè non riesco a controllare la fiamma del DOC. Sono triste in quanto solo e privo di appoggi e con un lavoro precario. Sono imbarazzato e impotente di fronte ai "normali" che mi scherniscono, mi dileggiano e prendono a prestito la mia singolarità scaricabarile per proiettarci sopra le loro insicurezze, i loro demoni, le loro paure. Sono soffocato dal mio pesante passato. Sono arrabbiato perchè non riesco a fermare questa spirale nauseante e continua e molte volte, per impotenza, per frustrazione, per vigliaccheria, la estremizzo fino a dovermi difendere da me stesso e dalle peggiori conseguenze che le mie parole, i miei gesti, le mie azioni vanno irrimediabilmente a provocare. E poi, in conclusione...

...sono una figura di merda continua.

Un ringraziamento particolare ad Aldo Busi, per le lezioni di ballo all'Accademia della Lontananza.

Eddie


L'autore tiene a precisare che lo scritto di cui sopra è frutto della sua strabordante fantasia che attinge deliberatamente dall'immagine interiore per raffigurare e cercare di spiegare determinate dinamiche relativamente alla Sindrome di Tourette. E' dunque evidente che tale scritto non ha alcun fondamento scientifico, nè si vuole porre come alternativa alla letteratura specialistica sull'argomento. L'autore dichiara inoltre che i commenti a questo scritto sono di esclusiva responsabilità degli utenti.

In copertina: William Blake - "Ancient of days" - Incisione.



Aggiunto: May 22nd 2008
Autore: Eddie
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