
Donne e Islam
Il testo sottoriportato è uscito sul quotidiano "La Repubblica" in data 3 agosto 2008. E' stato scritto dallo scrittore marocchino Tahar
Ben Jelloun, studioso di filosofia e laureato in sociologia con una
tesi sulla confusione mentale degli immigrati ospedalizzati. Questo
breve testo, che ho avuto il piacere di leggere in maniera del tutto
casuale, getta una luce (seppur piccola) sulla condizione della donna all'interno della comunità islamica. Benchè sia un testo fuori dal contesto per cui questo sito è nato, l'ho trovato alquanto illuminante seppure nella sua brevità. In funzione di ciò avviso la gentile utenza che quando in futuro leggerò qualche scritto su un determinato argomento che mi colpirà particolarmente sia nel bene che nel male, non esiterò a riportarlo dentro allo spazio "Trattati", anche se di un vero e proprio trattato non si tratta... ;)))) Via auguro dunque una buona lettura ricordandovi che se avete dei dubbi o delle domande sulla questione potete tranquillamente usufruire della funzione "Commenti" in calce a questa pagina. Basta che vi iscriviate al sito, dopodichè questo spazio sarà anche vostro e se qualcuno scriverà qualcosa di intelligente, non è detto che non si possa instaurare in futuro una proficua e reciproca collaborazione. C'è anche la possibilità che alcuni scritti particolarmente "perspicaci" vengano trasferiti all'interno del Forum per alimentare delle vere e proprie "Discussioni" con altri utenti su questioni di pubblico interesse.
Se anche l'Islam avesse Freud
di Tahar Ben Jelloun
Contrariato dalle sue due spose, Hafsa e la giovane Aicha, una volta il profeta Maometto le punì disertandone i letti per un mese. Dopo ventinove giorni il Messaggero di Dio ritornò dalle mogli. Aicha, la sua preferita, quella che si permetteva di dire ciò che pensava, gli fece osservare: "Avevi detto un mese!". "Il mese è di ventinove giorni", le rispose Maometto. Fu allora che Dio rivelò questi versetti: "Profeta, dì alle tue mogli... se cercate la vita di questo mondo e il suo fasto, venite... vi assegnerò alcuni vantaggi e vi congederò con grazia. Ma se desiderate Dio, il Suo Messaggero e l'eterna Dimora, a quelle fra voi che faranno il bene Dio promette una splendida ricompensa". (XXXIII, 28-29). Ovviamente, quando fu chiesto di precisare la scelta, Aicha scelse Dio, il Suo Messaggero e l'eternità. Questo per ricordare che le donne musulmane non sono sempre sottomesse e segregate, che si difendono bene e che l'Islam non le ha emarginate al punto da rilegarle a una vita da schiave sessuali. Occorre distinguere tra il temperamento dei beduini, uomini del deserto rudi e duri, gli arabi prima dell'Islam e le direttive dell'ultima religione rivelata.
Prima dell'arrivo di Maometto, prima della sua rivelazione, alcuni arabi della sua tribù sepellivano vivi i neonati di sesso femminile. Era un modo per sbarazzarsi dei problemi. L'Islam è arrivato per proibire questa barbara usanza. Come le altre religioni monoteiste, non ha dato alla donna tutti i diritti. Tutte le religioni si distinguono per la loro sfiducia nei riguardi del genere femminile. Oggi, alcuni uomini musulmani spingono questa sfiducia fino all'ingiustizia, alla diseguaglianza ostentata e ai maltrattamenti. Più che altro è il loro temperamento che prende il sopravvento sui testi dell'Islam.
Alla base di questi comportamenti ci sono ignoranza, arroganza e paura. Paura che la donna possa prendere il posto che le spetta, paura che la sua libertà diventi un ostacolo per l'egoismo naturale dell'uomo. Per giustificare il diritto di ridurla in una condizione di inferiorità, gli uomini fanno una lettura parziale e deviata dei testi religiosi. Per questo Benazir Bhutto è stata assassinata, probabilmente in maniera incosciente e inconfessabile. Al di là dei rimproveri che si potevano muovere alla sua politica o al suo modo di vivere, nei piani di chi l'ha uccisa ha pesato il fatto che fosse una donna e che volesse "comandare". Il fanatismo religioso ruota attorno a un'ossessione: non toccare la mia donna... moglie, sorella, ragazza o madre. Il mondo musulmano avrebbe bisogno di un Freud radicato nella cultura orientale che sapesse definire con parole precise il male (la malattia) che insidia buona parte della società musulmana.
Nell'attesa, occorrerebbe tornare alle fonti e ricordare che il Profeta, pur essendo stato sposato con molte donne, quanto al rispetto e alla giustizia nei loro confronti ha avuto una condotta esemplare. La sua prima sposa è stata Khadija Bint Khuwaylid, una ricca commerciante divorziata e più vecchia di lui. La donna lo prese al suo servizio e un giorno gli fece chiedere da una serva: "Che cosa ti impedisce di sposarti?". "Non possiedo quel che occorre per prendere moglie", rispose Maometto. Khadija gli disse allora: "E se quello te lo garantissi io, per offrirti al tempo stesso bellezza, fortuna e virtù, che cosa ne diresti?". Passata la sorpresa, il futuro Messaggero di Dio disse all'intermediaria di Khadija: "Sono il tuo uomo". E fu così che Maometto sposò Khadija, che occupa un posto privilegiato nel pantheon musulmano.
Più tardi, di fronte alle traversie della vita, Dio rivelò questo versetto per le mogli in difficoltà: "Dio fa carico a un cuore soltanto di ciò che può sopportare". Un ritorno intelligente alle fonti, ai testi e al loro significato è il mezzo migliore per battere il fanatismo e l'oscurantismo. Ma per questo bisognerebbe che lo studio dell'Islam fosse affidato a menti aperte e a coscienze equilibrate.
In copertina: Society 1 - "Exit Through Fear" - Art-work by Travis Smith